In occasione della Bicifestazione, tenutasi a Roma lo scorso 28 aprile, Touring Club italiano ha intervistato Paolo Gandolfi, relatore della prima legge nazionale sulla mobilità ciclistica.

Itinerari ciclabili, intermodalità, incremento del trasporto pubblicosicurezza. Sono gli obiettivi che hanno animano la manifestazione del 28 aprile, a Roma, anzi la Bicifestazione. Perché oltre alle mani in piazza c’erano ruote, campanelli, manubri e soprattutto le ragioni dei ciclisti che in Italia sono forti e varrebbe la pena ascoltarle con attenzione. L’evento promosso dalla rete #salvaiciclisti e sostenuto da Touring Club Italiano e AMODO (Alleanza per la Mobilità Dolce) ha voluto chiedere un cambio di passo sulla sostenibilità dei nostri spostamenti dentro e fuori dai centri urbani. Una domanda che si è tradotta in un vero e proprio manifesto per una società più sicura, più sana, più condivisa e in spazi più accessibili.

Abbiamo voluto fare il punto con Paolo Gandolfi, urbanista, ciclista e relatore dellalegge sulla mobilità ciclistica approvata al fotofinish della scorsa legislatura, nonché ispiratore del manifesto della Bicifestazione.

Gandolfi, a Roma il 28 l’aria era più buona del solito?
C’era moltissima partecipazione, si è respirato un entusiasmo sano e soprattutto si sono ascoltate molte voci per continuare a credere che un cambiamento nella cultura della mobilità del nostro Paese sia possibile.
Oltre a essere un punto di riferimento per la Bicifestazione, lei ha promosso l’iniziativa che vi ha visti partire da Milano il 21 aprile per arrivare nella capitale in bicicletta.
È stato un momento divertente e appassionante per sottolineare che con una bicicletta non solo ci si “sposta” ma si possono comporre itinerari, aggregare interessi. Si può viaggiare.
Abbattiamo la convinzione molto italiana che la bicicletta si divida in due categorie? “Scassona” per la città e superaccessoriata-performante per gli altri tragitti?
Parliamo dai fatti. Io ho coperto con orgoglio i chilometri tra Milano e Roma su una bicicletta che uso per casa-lavoro-casa tutti i giorni… avevo persino la borraccia nello zainetto, non molto à la page. È andata benissimo, anche se non sono mancati sorrisi ironici e qualche battuta: ma è la dimostrazione che per muoversi e divertirsi non serve molto altro.
Ma dove partiamo per ripensare l’idea di mobilità?
Per una evoluzione economica e sostenibile, dobbiamo pensare all’interesse comune. Uno degli obiettivi raggiunti con l’approvazione della legge quadro sulla mobilità ciclistica è quello di elevare la mobilità ciclistica a “interesse nazionale”. A oggi in Italia tanta progettualità si interrompe insieme alla competenze del singolo Comune. Bisogna avere il coraggio di invertire questa politica.

Dopo l’approvazione della legge quadro, qualcosa è cambiato?
I progetti di dieci ciclovie turistiche sono in stato di avanzamento. Non entriamo in dettagli e tecnicismi, perché ogni percorso ha sue complessità e le sue specifiche problematiche. Il dato concreto è che lo Stato ha assegnato i compiti alle Regioni e tra due anni potremmo vedere dei risultati sul territorio.

Questo vale per gli sviluppi delle vie dedicate al cicloturismo. E riguardo la mobilità urbana?
Per me questo è il punto cruciale, su cui si è concentrata la legge quadro e tanta parte della Bicifestazione. Gli italiani in bicicletta si spostano al novanta per cento all’interno di aree urbane. Le regole della convivenza stradale non regolano a oggi la mobilità ciclistica. Abbiamo il dovere di mettere mano al Codice della strada vigente, dobbiamo riformarlo, ammodernarlo per avere regole che ci aiutino a muoverci in sicurezza, migliorando le condizioni di salute e di vivibilità di tutti.

Cicloturismo e urban mobility, i due mondi possono trovare punti in comune?
Pensiamo alla nostra pedalata verso Roma. Fino ai confini della metropoli tutto era andato piuttosto bene. Poi dovevamo entrare nella metropoli sulla ciclabile del Tevere, che è insieme un tratto di Francigena e un segmento della Ciclovia del Sole. Imboccarla è stata una vera impresa. È questo uno dei limiti su cui dobbiamo riflettere ripensando i nostri territori. Dobbiamo allacciare l’urbano all’extraurbano. Rivoluzionare i microcosmi pensati solo per la produttività, e accessibili solo al trasporto motorizzato su gomma. Noi vogliamo un territorio complesso sì, ma accessibile, anche e soprattutto in bicicletta. Dobbiamo creare delle vie sicure e percorribili che ci facciano superare le cementificazioni delle nostre estreme periferie urbane”.
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E-bike: qual è il suo vero potenziale, cicloturismo per tutti, urban sharing?
A Roma non se ne è parlato. A mio avviso la pedalata assistita è una risorsa. Permette intanto di diffondere la bicicletta a una popolazione che non riesce ad accedervi per età o affaticamenti fisici. Pensiamo alla diffusione delle due ruote in città con delle pendenze come Genova, Roma, Napoli. Poi c’è un uso turistico e l’e-bike allarga la fruizione di itinerari lunghi e impegnativi. Il mondo del vertical non lo conosco e quindi non mi esprimo su questo.

Siamo un paese di grandi tradizioni ciclistiche. Abbiamo avuto e abbiamo grandi campioni, i nostri marchi fanno tendenza nel mondo. Perché non vediamo incentivi istituzionali per l’acquisto delle due ruote, magari assistite da sistemi elettrici di nuova generazione?
A me interessa la bicicletta dal punto di vista dell’utilizzo, quindi infrastrutture e ambiente. Il campo dei finanziamenti compete al ministero dello Sviluppo economico. È una buona idea, ma la spinta e le proposte concrete devono arrivare dal sistema delle imprese.

Fonte: Touring Club Italiano

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